Leggendo dei lavori dell’assemblea regionale del Pd conclusasi venerdì scorso, apprendo che sta insorgendo in tale Partito una qualche difficoltà al ricorso alle primarie (in questo caso dei candidati per la corsa alla Regione). In sostanza la linea è quella di evitare le primarie. In sostanza si caldeggia e si auspica un candidato unico. In pratica la cosa ricorda il personaggio “D’Alema-Sabrina Guzzanti” quando invocava la necessità di cambiare gli elettori, se questi non rispondono più alle aspettative del caso. Sarà l’aria genovese. Pare, inoltre, che tale insorgenza trovi ricovero in parte della stampa locale, come scriveva e consigliava ieri sul Messaggero Veneto T. Cerno.
Credo che per il Pd la questione non possa essere risolta così. La soluzione non è nel non fare le primarie (strumento fondativo, per giunta, del Partito stesso), ma nell’indagare perché parte dell’elettorato (e di militanti) del Pd non riesce più a riconoscersi nelle persone che esso sceglie e mette in campo in queste sfide pre-elettorali. La vicenda ultima di Genova è l’ennesima di una serie. Questione tanto più spinosa perché non basta semplificare e dire che è importante vincere le elezioni e non le primarie, come sostiene la segretaria regionale del Pd. Voglio immaginare che Debora Serracchiani sia consapevole del valore di tale strumento e ben sappia che primarie vere e partecipate, come quelle tenutesi nel corso dello scorso anno in molte città di Italia, hanno determinato la spinta e costruito gli straordinari successi del Centrosinistra alle ultime amministrative. E aggiungo – sempre in relazione alle primarie -, non è attraverso la compressione della democrazia interna che i Democratici potranno sanare le molte divisioni interne.
Credo che il tema debba essere ricondotto alla realtà. Realtà in cui domandarsi dove va il Paese e, per quello che riguarda noi in qualità di cittadini del Friuli Venezia Giulia, dove va la Regione (drammatici sono i dati materiali sull’occupazione, sulla non crescita dell’impresa, la periferizzazione del territorio e sulle sacche di povertà e marginalizzazione economica che irrompono nella società). Il resto – e riguarda tutti – è spiccio tornaconto elettorale, equilibrio di una politica che guarda a se stessa e alla sua capacità di riprodursi in qualità di ceto.
Il Centrosinistra – Pd compreso – deve domandarsi come orientarsi e con chi stare. Se stare con chi vuole fare, ad esempio, dell’occupazione, del welfare, dell’ambiente, dei diritti e della legalità terreni non cedibili perché in essi riconosce beni comuni irrinunciabili. O con chi abbraccia oggi l’eccezionalità e si affida al tecnicismo nella gestione della cosa pubblica per “salvare il Paese”, dismettendo il futuro per mezzo di una riduzione dei diritti e della democrazia, del lavoro, della cittadinanza e delle opportunità. Dimenticando, nel perseguire questa strada, che la soluzione sarà (ed è) di ridistribuire il peso della crisi sulle famiglie e il lavoro, in una corsa al ribasso delle condizioni sociali e materiali dei cittadini. Prima verifichiamo questo. Poi facciamo le primarie.
