— ANTONIO CRIALESI

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razzismo

Risposta ad artico Messaggero Veneto (Cronaca di Udine pag. III) di quest’oggi. Ogni violenza, da qualunque parte essa provenga, è un atto inaccettabile e una ferita, quando la città ne diventa lo scenario, civile. E questa inaccettabilità riguarda tutti i cittadini, italiani o stranieri che siano.

Pertanto, le esternazioni dell’organizzazione Fiamma Tricolore espresse quest’oggi (21 aprile) sulla stampa locale – esternazioni sui gravi fatti accaduti nello scorso week-end relativi alla vicenda del ferimento di una persona quale risultato di una rissa di strada – rappresentano il solito ritornello in cui la città viene dipinta come una Gotham City, luogo oscuro di malvagità e sopraffazione.
Ritornello che, alla tanta cittadinanza perbene italiana e non di cui si compone Udine, potrebbe risultare offensivo e, soprattutto, irresponsabile per i contenuti tesi a fomentare divisioni di carattere razziale (che in città
sono poca cosa) e una visione distorta e negativa della persona straniera.

Atteggiamento culturale che difetta in ambizione politica perché, mentre si chiude a strumentalizzare vicende di ordine pubblico, resta incapace di guardare ai reali problemi della città quali, ad esempio, il lavoro, la qualità della vita e il benessere della comunità, il futuro e le opportunità per i giovani. Ma non solo. Resta incapace di guardare alla crisi del Paese che, prima che politica, è morale e civile.

Per quanto riguarda la data del 25 Aprile credo opportuno ricordare che Udine è città Medaglia d’oro al valore militare per i meriti conseguiti nella lotta di liberazione antifascista. Data, quella della Festa di Liberazione, che non dovrà essere oltraggiata da comportamenti lesivi del valore e dell’onore di quei tanti italiani (e stranieri!) che hanno contribuito alla nostra democrazia e libertà nazionali.

(comunicato stampa pubblicato anche in sinistraecologialibertaudine.it)
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«È giusto che chi rema contro gli interessi di friulani e giuliani, abbia un nome e un cognome»

Ma chi è che rema contro tali interessi? E, soprattutto, perché gli interessi dei friulani e dei giuliani devono essere ostaggio di una lista di prescrizione a mezzo telefono pronta a raccogliere il nome e il cognome di chi, amministratore pubblico, applica le regole o di chi, migrante, chiede che queste le siano eventualmente riconosciute? Denuncia tanto più dannosa e mistificatoria perché tesa a far percepire una parte di cittadinanza come un elemento concorrente, un qualcuno pronto a sottrarci benefici e diritti.

Questo episodio è una vicenda di oscura e ipocrita banalità della politica che, in modo paranoico e parossistico, guarda con ostilità “all’uomo nero”, il kebab e i bambini rom. Una politica che livella verso il basso e che vuole accanirsi su chi sta più sotto ed è più indifeso.
In sostanza una storia di ordinario razzismo che irresponsabilmente evoca ancora una volta rancori, diffidenze e paure. Una proposta, quella della Lega Nord del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia di promuovere azioni di denuncia di quei sindaci «che non applicano il welfare padano», che non vuol certamente mitragliare migranti sputando bestemmie, ma nega senza alcuna vergogna ogni umanità, prossimità, diritto e giustizia sociale.

Avvenimento che non può essere trattato richiamando censure, controdenunce o sventolio di bandiere. Non è questo il punto. Perché la domanda è e resta, come già detto, dove e com’è possibile riconoscersi in questo Paese?
Preferisco cominciare, per un più sano rispecchiarsi, ricordando le parole di Don Ciotti spese sulle vicende di Ponticelli stimolando «quei sentimenti di attenzione, sollecitudine, immedesimazione» perché contrari ad ogni forma di razzismo in quanto, tali sentimenti, sono la radice di ogni impegno «per un mondo più giusto e più umano».

(publicato anche in sinistraecologialibertaudine.it)
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Per alcuni bambini le città sono luoghi di fatiche immense. Luoghi che esistono oltre le periferie, in un incastro di strade veloci e immondizie. Aree utili a misurare la nostra distanza di sicurezza con questi spazi. Distanza voluta da chi non abita questi spazi.
Ma non è la loro sicurezza. Non la sicurezza di questi bambini.

La tragedia del rogo presso un campo Rom in cui hanno perso la vita 4 bambini ieri sera a Roma è cosa drammatica. Drammatica per le vite giovanissime che disperde. Drammatica per una famiglia che irreparabilmente non lo sarà più.
Drammatica perché questo Paese si mostra ogni giorno – e sempre di più – meno umano e giusto.
Come spiegare, altrimenti, i pogrom di Ponticelli e i deliri trevigiani. Come spiegarli senza ricordare che i bambini nomadi sono a Roma oggi, ma come in altre città in Italia, una questione di ordine pubblico da trattare attraverso gli strumenti contenuti nel pacchetto sicurezza.
Bambini da disperdere assieme alle loro famiglie perché non esistano, in un delirio che sembra non ricordare – e una ricorrenza è appena trascorsa – l’enormità e indicibilità della storia.

Oggi non ci sono parole facili. E vadano via quelle di circostanza e retoriche del “dovremmo riflettere”. Oggi, per mezzo di questa terribile vicenda, bisogna domandarsi dov’è che è possibile riconoscersi in questo Paese.
Domandarsi se è la direzione verso cui vogliamo andare. Se i sentimenti che devono guidarci nella nostra qualità di cittadini siano quelli della diffidenza e della paura dell’altro da noi. Sentimenti partecipi di questa tragedia.
Se le nostre ambizioni debbano guardare alla giustizia (del giusto diritto ad una vita dignitosa senza il rischio angosciante del freddo, di morire bruciati in una baracca!) o debbano volgersi, adattandosi, a questo cupo dissolversi sociale. Riguardare questa crisi che, prima che politica, è morale e civile.

Il bambino ha diritto alla vita. Gli Stati devono aiutarlo a crescere (Carta dei diritti dell’infanzia, ONU 1989).

(pubblicato anche in sinistraecologialibertaudine.it)
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