È lo spirito nuovo. Dicono. Lo spirito dell’antipolitica che soffia sul Paese.
Lo spirito che gonfia le vele di un Governo di banchieri e manager che, volendo riformare e legiferare per il bene collettivo, sono molto attenti a non toccare gli interessi loro e del pezzo di Paese ricco e benestante di cui sono parte: molta Imu e molta flessibilità richiesta ai lavoratori, ma niente patrimoniale e imposte sulle transazioni finanziarie, ad esempio e guardando i loro redditi (che certemante non sono assimilabili a quelli della stragrande maggioranza dei cittadini, esodati o meno che essi siano).
Ma bene, un Governo dove finalmente la politica è al margine! Governo di fatti e concretezza dove si lavora e si forgia il futuro della Nazione. Non come il resto degli italiani sempre seduti al sole, adagiati a mangiare «pasta al pomodoro». Così come dice la ministra Elsa Fornero. Paese di fannulloni e di giovani «sfigati» con l’idea «monotona» del posto fisso. E oggi anche un po’ suicidi, questi italiani.
Politica al margine perché i partiti hanno fallito. Si dice. Tant’è che il 7 maggio, subito dopo la prossima tornata elettorale, si aspetta il crollo della tenuta del sistema partitico.
Spirito che gonfia. Quello dell’antipolitica. In un’Italia di governi educati e politici da cacciare. In un Paese dove le scelte tecniche e le banche centrali e continentali impongono ai lavoratori e alle famiglie il ruolo di soggetti cui, con la scusa dello spread, va fatto pagare il prezzo della crisi che loro non hanno determinato. Prezzo imposto con rigore e ferocia verso i deboli. Prezzo pagato senza alcuna garanzia di futuro.
Spirito che gonfia. Quello dell’antipolitica. Ma non è del tutto negabile tale spirito quando la politica – quella che oggi subiamo e che non guarda al bene comune e collettivo della cittadinanza – tende ad isolarsi sempre più nella autoreferenzialità e nella ricorsa al potere dei gruppi dirigenti e delle élite che li sostengono. Quando questa politica nega e ostacola spaventata la partecipazione democratica e il coinvolgimento. Quando questa politica pare esistere senza i cittadini e alcun legame sociale.

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Serrande alzate durante le feste del 25 aprile e 1° maggio. Mentre famiglie e lavoratori sempre più sentono i rigori della crisi che non accenna a placarsi e riduce il potere d’acquisto dei salari.
Senza inutile demagogia, SEL può affermare che la deregulation delle aperture delle attività commerciali durante le feste protette o meno non ha prodotto e non produce alcuna crescita dei consumi. Come, del resto, un qualificato e significativo aumento dell’occupazione. In ragione di ciò, basta leggere i dati forniti dalle stesse associazioni di categoria del commercio e dalle organizzazioni sindacali.
In tal senso, SEL trova inutile la scelta di non rispettare le prossime due festività aprendo incondizionatamente negozi e centri commerciali. Feste, quella del 25 Aprile e quella del 1° Maggio, simbolo per il Paese e per il Lavoro.
Sinistra Ecologia Libertà, più responsabilmente, indica la necessità di individuare a livello locale un piano di sviluppo straordinario destinato a rilanciare economia, consumi e occupazione.
Sede in cui ridisegnare, in questo caso, le strategie del settore del commercio e contemporaneamente aumentare e difendere l’occupazione migliorando le condizioni della qualità del lavoro. Settore troppo spesso investito da forme di deregulation dei modelli occupazionali e dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.
Antonio Crialesi coordinatore cittadino
_ Comunicato stampa riguardante le aperture delle attività commerciali durante le festività protette in Udine e provincia _

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Assistiamo sempre più al concretizzarsi di un principio di riduzione. Della riduzione di ogni dinamica di confronto sociale in questo Paese.
Pensiamo che gli accordi ultimi siglati in ambito Fiat siano non solo «una sfida arrogante contro il mondo del lavoro», ma anche una materiale azione di riduzione degli spazi di democrazia, dell’esercizio di essa.
Perché diversamente non sapremmo spiegare con altre parole questa ultima vicenda Fiat. Vicenda che nella sostanza – e non senza radicalità autoritarie – ridiscute e sospende dentro i luoghi di produzione diritti, condizioni del lavoro, reddito da queste derivato e, significativamente, dignità di chi lavora.
Vicenda, inoltre, che lascia emergere la subordinazione della risposta e il disturbo a comprendere, accompagnato dal plauso “modernista”, di parte del Centrosinistra e delle forze riformiste che in esso si riconoscono. In primo luogo il Partito Democratico (ad esclusione di importanti eccezioni che possiamo ritrovare nell’appello a sostegno della Fiom).
Come è possibile che non vi siano reazioni ben più partecipate e all’altezza della sfida posta in campo oggi dalla Fiat, da parte delle organizzazioni sindacali e dal Governo? Sfida che isola non solo il Sindacato più rappresentativo in ambito industriale, ma lascia alla solitudine delle lavoratrici e dei lavoratori la durezza dell’accettazione e della inevitabilità (tornando a molta retorica di questi giorni).
Sfida che dovrebbe essere centrale nelle agende politiche e nei programmi di chi oggi vuole rappresentare un Paese migliore. Vuole una politica finalmente più capace di tenere assieme – stando all’oggetto dell’odierno post – centralità del lavoro, idee produttive diverse che parlano al futuro e a consumi meno “energivori” e, soprattutto, guarda a principi di giustizia, solidarietà e responsabilità pubblica e sociale realmente condivisa.
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