Quello che ieri a Roma è accaduto rappresenta non solo un fatto gravissimo, ma un evento su cui dover agire una scelta.
È vero. A Roma ci sono state due manifestazioni. Una «meravigliosa e coinvolgente», come dichiara il nostro Presidente del Partito, rappresentazione non violenta di centinaia di migliaia di donne e uomini che hanno chiesto e preteso, ieri come oggi, un futuro diverso.
E un’altra manifestazione. Una dimostrazione di violenza e teppismo da stadio che ha cercato disperatamente nel grigio e arancio dei fumi e delle fiamme di strappare, non solo scena, ma anche (e anche loro!) quel futuro che ieri – e ripeto, come oggi – è preteso e sentito nostro. Teppismo che va condannato in modo inequivocabile e spinto lontano dalle culture e dalle ragioni che hanno promosso la straordinaria e planetaria giornata di ieri.
Anche qui si incontra partecipe, nelle ore appena trascorse, la nostra sfida e le nostre energie che, per mezzo di SEL, abbiamo messo a disposizione di un progetto di cambiamento che non guarda solo al Paese. Ma che pensa, tale progetto, all’umanità. A quel complesso di relazioni e desideri di donne e uomini che non deve e non può essere alienato o cancellato dai processi attuali di dominio e oppressione (e a questi “processi” ognuno trovi il nome che vuole, poco cambia).
Dicevo agire una scelta. La politica è una passione (io dico anche tenace) e come ogni passione ha bisogno di rappresentarsi. Noi scegliamo, perché ne siamo parte, la rappresentazione di quella enorme partecipazione mondiale che in ogni latitudine e con molte lingue ha manifestato pacificamente contro la negazione e la distruzione dei diritti, del lavoro, della democrazia e delle risorse planetarie materiali ed immateriali.
Noi nello steso tempo e con assoluta certezza siamo contro la rappresentazione macabra e violenta di chi non incappuccia solamente se steso, ma, con tale agire, occulta le ragioni di un popolo in movimento. Di una umanità che chiede cambiamento e futuro nelle proprie mani.

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SEL di Udine considera un fatto indegno ed offensivo per la cittadinanza tutta l’esposizione – la scorsa notte – dello striscione omofobo firmato da Fiamma Tricolore.
Condivide, inoltre, quanto dichiarato dal vicepresidente dell’Acigay Giacomo Deperu in relazione all’assoluta strumentalità dell’azione e al tentativo, da parte di una minoranza politica e culturale, di montare una «polemica di cui nessuno sente il bisogno». Proprio per atteggiamenti come questi è urgente e necessario che il Parlamento approvi una normativa specifica e chiara che tuteli le cittadine ed i cittadini contro ogni forma di discriminazione omofobica o transfobica evitando di scrivere brutte pagine, come è stato fatto in questi giorni alla Commissione giustizia della Camera.
SEL di Udine ritiene necessario schierarsi in difesa della libertà, dei diritti civili e di uguaglianza delle persone gay, lesbiche e transessuali perché solo in questo modo si consolida il patrimonio democratico del nostro Paese e della comunità udinese e si riescono a liberare, per tutte e tutti, desideri, felicità e sessualità.
Sinistra Ecologia Libertà di Udine è disponibile ad incontrare i rappresentanti delle associazioni in difesa dei diritti degli omosessuali, delle lesbiche e dei transessuali della città di Udine al fine di sostenere e più direttamente partecipare alle loro battaglie di civiltà e liberazione.
(comunicato stampa scritto insieme a Federico Pirone e pubblicato amche in sinistraecologialibertaudine.it)
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SEL di Udine esprime sostegno e solidarietà all’iniziativa promossa dall’Arcigay e Arcilesbica per la giornata Internazionale contro l’omofobia attraverso l’affissione di manifesti di promozione della campagna.
Diversamente, SEL di Udine bolla le prese di posizione di alcuni esponenti della destra locale riguardo a tale iniziativa come solito e trito repertorio oscurantista e condanna questo atteggiamento teso a banalizzare una grande battaglia per i diritti dei cittadini omosessuali e delle cittadine lesbiche.
Repertorio così intriso di intolleranza che evoca e legittima una cultura tesa a silenziare le garanzie democratiche e le pratiche di libertà civili individuali e collettive.
(comunicato stampa scritto insieme a Federico Pirone e pubblicato anche in sinistraecologialibertaudine.it)
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«È giusto che chi rema contro gli interessi di friulani e giuliani, abbia un nome e un cognome»
Ma chi è che rema contro tali interessi? E, soprattutto, perché gli interessi dei friulani e dei giuliani devono essere ostaggio di una lista di prescrizione a mezzo telefono pronta a raccogliere il nome e il cognome di chi, amministratore pubblico, applica le regole o di chi, migrante, chiede che queste le siano eventualmente riconosciute? Denuncia tanto più dannosa e mistificatoria perché tesa a far percepire una parte di cittadinanza come un elemento concorrente, un qualcuno pronto a sottrarci benefici e diritti.
Questo episodio è una vicenda di oscura e ipocrita banalità della politica che, in modo paranoico e parossistico, guarda con ostilità “all’uomo nero”, il kebab e i bambini rom. Una politica che livella verso il basso e che vuole accanirsi su chi sta più sotto ed è più indifeso.
In sostanza una storia di ordinario razzismo che irresponsabilmente evoca ancora una volta rancori, diffidenze e paure. Una proposta, quella della Lega Nord del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia di promuovere azioni di denuncia di quei sindaci «che non applicano il welfare padano», che non vuol certamente mitragliare migranti sputando bestemmie, ma nega senza alcuna vergogna ogni umanità, prossimità, diritto e giustizia sociale.
Avvenimento che non può essere trattato richiamando censure, controdenunce o sventolio di bandiere. Non è questo il punto. Perché la domanda è e resta, come già detto, dove e com’è possibile riconoscersi in questo Paese?
Preferisco cominciare, per un più sano rispecchiarsi, ricordando le parole di Don Ciotti spese sulle vicende di Ponticelli stimolando «quei sentimenti di attenzione, sollecitudine, immedesimazione» perché contrari ad ogni forma di razzismo in quanto, tali sentimenti, sono la radice di ogni impegno «per un mondo più giusto e più umano».
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Assistiamo sempre più al concretizzarsi di un principio di riduzione. Della riduzione di ogni dinamica di confronto sociale in questo Paese.
Pensiamo che gli accordi ultimi siglati in ambito Fiat siano non solo «una sfida arrogante contro il mondo del lavoro», ma anche una materiale azione di riduzione degli spazi di democrazia, dell’esercizio di essa.
Perché diversamente non sapremmo spiegare con altre parole questa ultima vicenda Fiat. Vicenda che nella sostanza – e non senza radicalità autoritarie – ridiscute e sospende dentro i luoghi di produzione diritti, condizioni del lavoro, reddito da queste derivato e, significativamente, dignità di chi lavora.
Vicenda, inoltre, che lascia emergere la subordinazione della risposta e il disturbo a comprendere, accompagnato dal plauso “modernista”, di parte del Centrosinistra e delle forze riformiste che in esso si riconoscono. In primo luogo il Partito Democratico (ad esclusione di importanti eccezioni che possiamo ritrovare nell’appello a sostegno della Fiom).
Come è possibile che non vi siano reazioni ben più partecipate e all’altezza della sfida posta in campo oggi dalla Fiat, da parte delle organizzazioni sindacali e dal Governo? Sfida che isola non solo il Sindacato più rappresentativo in ambito industriale, ma lascia alla solitudine delle lavoratrici e dei lavoratori la durezza dell’accettazione e della inevitabilità (tornando a molta retorica di questi giorni).
Sfida che dovrebbe essere centrale nelle agende politiche e nei programmi di chi oggi vuole rappresentare un Paese migliore. Vuole una politica finalmente più capace di tenere assieme – stando all’oggetto dell’odierno post – centralità del lavoro, idee produttive diverse che parlano al futuro e a consumi meno “energivori” e, soprattutto, guarda a principi di giustizia, solidarietà e responsabilità pubblica e sociale realmente condivisa.
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